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14.05.05

Quelle Mutande

Ma come ho fatto a pensare in tutti questi anni che non avrei potuto fare senza di quell’essere molle che ora s’aggira per casa. Come ho potuto essere rincoglionita nel cervello al punto da convincermi che sola non sarei andata lontana o meglio che anche uno stupido passo sarebbe costato ansia e fatica?

Eppure nessuno m’ha costretta, nessuno con una pistola fredda sulla tempia m’ha obbligata a scegliere tra i tanti, e poi sposarmi come se fosse la cosa più naturale a questo mondo, come toccarti nel punto che duole o mangiare qualcosa quando si ha fame! Proprio stupida nel pensare che quel coso, tra i lembi dell’accappatoio slacciato, potesse in qualche modo completarmi e riempire quei vuoti che reclamano ancora comprensione e sicurezza e nel tempo via via sono diventati voragini e precipizi. "Eva i miei boxer gialli dove sono?" Eccolo lì che mi chiama e non trova mai nulla, o meglio è così pigro che non riesce nemmeno a pensare! Ma dove diavolo possono stare un paio di banali mutande, se non in quel maledetto cassetto dove sono sempre state, ordinate e pulite! E poi gialle! Non credo che si possano confondere se non nella nebbia del suo cervello! Ed io qui in cucina che spignatto e mi sbrigo perché deve uscire, a rincoglionirmi di demenza con la televisione accesa sopra il frigorifero. E m’arrovello per preparagli due uova, perché altro non ho voglia di fare e perché lui non ha mai attraversato la soglia per essere complici davanti ai fornelli come fanno credere queste stupide pubblicità che passano e ci distorcono la vita. Vorrei in questo momento, mentre gira nudo per casa, che m’abbracciasse da dietro fino a farmi dimenticare il sale nella pasta o, che so io, il latte che bolle. Ma non è mai successo, né al mattino quando ancora nel sogno non ci vorrebbe che un niente, oppure di sera come in questo momento che se solo non fosse distratto rinuncerebbe ad uscire! "Eva non le trovo. Faccio tardi!" Fa tardi per uscire! Ma non s’è reso mai conto di quanto sarebbe comunque tardi venirmi vicino, di quanto invano m’abbellisco e mi concio ed intatta la sera mi spoglio e mi rassegno. Ma non sarebbe tardi, se solo s’accorgesse di questi merletti, sbiaditi soltanto dalle tante volte che sono stati lavati, se solo mi venisse vicino e m’alzasse per caso la gonna. Ed impazzisco solo a pensare che un uomo giri nudo per casa, a questo punto, senza neanche l’accappatoio e senza mutande gialle che, scommetto, non ha ancora trovato. Vorrei andargli incontro e lasciare le uova ribelli che da sole bruciano nel tegame, ma le volte che ci ho provato, mi sono sentita più ridicola che adesso, più scema di quanto in questo momento mi ci sento a sbucciare patate e guardare nel vuoto. "Ma Enza? Non ti sei ancora spogliata? Cosa fai con quei tacchi ancora per casa?"

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Tutto inutile! Inutile come il mio corpo è stato sedersi sul bordo del letto e vederlo vestirsi, come inutile accavallare le gambe per calamitare il suo sguardo. E mi guardo intransigente davanti e di dietro nello specchio del bagno, fino a convincermi che le mie cosce non siano ancora da buttare, che gli anni passati hanno solo invecchiato il ritratto che gelosa tengo in soffitta. Ma io non voglio vederle riflesse solo negli occhi di passanti e salumieri che farebbero a gara per affogarci desideri evidenti e basterebbe assecondarli di un nonnulla per non provare vergogna e sentirmi finalmente una femmina. "Eva non le trovo!" Ma io non mi alzo! Non voglio vedere quel sesso molliccio privo del minimo orgoglio, ridotto solo a condotto d’urine, che mai negli anni m’ha fecondata e riempita di quell’unico passatempo che ti cambia la vita! Non posso pensare che da anni rimane inerte ed invertebrato come un corvo sul trespolo che non ti fissa negli occhi perché prova disagio. Non vi preoccupate! Non dovete nemmeno pensalo che ora lui esca di casa e trovi becchime, nido ed alcova dentro carne di donna! Purtroppo non è così! Purtroppo non becca e non ci pensa nemmeno, rimanendo flaccido e inconsistente dentro quelle maledette mutande gialle. Avrebbe da me tutta la dignità tranne il consenso, ma non c’è nessuna donna, nessun odore di femmina o tracce di fard sul colletto della camicia! Sta andando soltanto al lavoro, al turno di notte che ogni tanto un medico deve sopportare. Ed io non sopporto questa voce che continua a chiamare, ad avere bisogno di me quanto io ne avrei altrettanto di lui. E mi sono ridotta a passare le mie giornate contando i giorni di quando m’addormento da sola. E spengo la luce e mi vengono i brividi soltanto a pensare di quanto la mancanza di sesso fecondi fantasia e piacere, di quanto oramai questo surrogato d’amore mi sia entrato nel sangue come droga sintetica che entra nelle vene, come banana che t’inebria nelle ossa e poi mangi di gusto. E in tutte quelle notti, oramai da anni, nella solitudine della mia camera da letto, faccio l'amore col mio cervello godendo all'idea di mettere tutti i pretendenti in fila che, nudi e squallidi, sbavano al semplice desiderio di ritrovarsi tra il calore delle mie cosce quasi vergini. Ci sono tutti, dal lattaio grasso con gli occhi di bue, al parroco che con la sua manina delicata e candida non perde occasione di palpare i miei fianchi.

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Dall'impiegato delle Poste sempre chino che non mi degna di uno sguardo, al giovane chirurgo, collega di mio marito, che tanto avrebbe voluto! Nelle notti di luna piena la mia stanza è affollatissima, ombre di uomini si arrampicano sulla grande magnolia e con un balzo scavalcavano la finestra che tengo sempre aperta. Altri bussano delicatamente alla porta a vetri e si fanno ombre appoggiate al muro e completamente in silenzio aspettano diligentemente il loro turno. Ma non mi prendono mai tutti assieme o due per volta, sono tutti rispettosi della mia morale e non ne varcano i limiti. Anche mio marito mi fa visita, non viene spesso e rimane sempre in disparte. Quella compagnia e la mia intraprendenza non sono di suo gradimento. Ho ancora chiaro il ricordo dell’ultima volta che abbiamo fatto l’amore e ogni tanto, alle due del mattino, il suo contorno si materializza ai piedi del letto chiedendomi perdono. Il macellaio di Via Tarini col suo grembiule ancora sporco di sangue tenta ogni volta di consolarlo, ma lui si inginocchia al bordo del letto e poi senza più fiatare aspetta il suo turno. Ma un temporale o, che so io, un rumore di notte, mi sveglia di soprassalto e mai mi ricordo d’averlo sentito entrare, d’aver goduto sotto i colpi del suo sesso che neanche nel sogno ne ho apprezzato la consistenza. "Vi prego non ridete di me! Non c’è ragione e decoro perché io sia una brava moglie, come ora che sto qui sbucciando patate per chissà quale cena!" Mi tenta ogni volta il pensiero di prendere un taxi e farmi condurre nel buio di Roma. Tanto mio marito non se ne accorgerebbe, non arriverebbe mai a pensare che sono uscita per sesso, per sconfiggere negli interstizi dell’anima la solitudine che lievita e vince. Ci vorrebbe un niente camminare nei vicoli, dove si sentono evidenti passi e paure, e prendere in mano il cuore che finalmente batte, ribatte ed è vivo. Ed in fondo a quel cesso di strada, tentare e tentarsi fino a sentire l’odore di sessi che lievitano e s’inumidiscono e s’accoppiano senza apparente ragione. Per poi comportarsi come qualunque passeggiatrice di marciapiedi che rifiuta in fretta clienti per rifiutarne di nuovo e sentirsi ad ogni vuoto che fa una macchina dall’altra, desiderata davvero! E poi magari sceglierne uno, l’unico che ti ha guardata negli occhi, l’unico che non t’ha scrutata dal basso fermandosi al culo.

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E poi salire in macchina e guardare la luna che più brava di me si strucca e si trucca assecondando contemporaneamente i tanti bassi ventri degli uomini che la vogliono femmina. Come me che calo le mutande e scopro la merce, lasciandomi riempire il vuoto di carne e ragione, di nulla e dolore che l’astinenza non può sopportare. E come cattiva puttana gli ridò indietro il denaro, lui mi guarda sorpreso e non capisce che non era quello il dovuto, che il compenso è dentro la sua patta che gelosamente richiude. Vagli a spiegare che non sono una prostituta! Ti sposti nervosa la frangia dagli occhi e mi guardi diffidente come se portassi un trucco diverso o un maglione che tu non m’hai mai regalato. Ti vedo piccola, più giovane di quanto tu sia veramente, più minuscola di una bambina in cerca di madre, di un viso in cerca di carezze e di baci che, solo ora mi rendo conto, non potrò più offrirti. Mi siedo vicino e cerco parole, sto cercando ancora parole da quando ti ho vista, da quando la tua mano ha stretto la mia convinta ed illusa che ancora nulla avevo deciso, incerta e delusa che nulla avrei più detto. Che quello che indosso è vergine davvero, e nessun uomo finora ne aveva varcato le soglie imbrattandolo di seme e di voglia. Vagli a spiegare, mentre mi lascia alla stazione dei taxi, che la causa è un uomo, un essere molle che s’accuccia dentro mutande gialle e non mi dà fremito e considerazione. Ma ormai non c’è più tempo di dire e di spiegare fino ad essere ridicola che ho provato unicamente amore, o qualcosa che s’avvicina quando ti stringono da dietro e le uova s’attaccano al tegame. Vagli a spiegare … "Eva me ne metto un altro paio! Che dici?" Di soprassalto la mia mente ritorna a sbucciare patate. Ma qualcosa mi è parso, qualcosa che mai avevo sentito. Quando fa il turno indossa sempre e solo quelle maledette mutande gialle! Come vorrei che tu mi dicessi qualcosa, qualsiasi cosa che non sappia di rimprovero! Ma non mi merito poi tanto! Non riesco a capire cosa stia succedendo. Non riesco a pensare come l’abbia solo potuto pensare! Mi spaventa la sua iniziativa! Mi mette quasi paura! Forse, forse sarà un segnale! Forse, forse stanotte, quando torna, sarà diverso davvero!

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Postetato da PePa il 11:03

05.05.05

Lo sconosciuto

Se fossi in un letto m’addormenterei di colpo, come se quest’orgasmo immobile e muto, m’avesse svuotata quanto una corsa per campi, quanto le urla in preda ad un’angoscia. Sto bene e lo guardo, solo ora m’accorgo che il suo naso è storto, ha la bocca fina ed il dorso della mano è folto di peli.
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Ora s’aspetta qualcosa, lo vedo che ha fretta, paga il conto e mi guarda, lascia la mancia e mi dice di andare. Certo non può finire con una donna appagata ed un uomo che aspetta, almeno che lo ripaghi con la stessa moneta, con la stessa tenacia che m’ha fatto venire. Ho sempre odiato orgasmi asincroni perché è sempre la donna a godere per prima, e poi fa fatica, perché la voglia è scemata, e non rimane che tecnica per metterci amore, la coscienza di sapere che tra poco le tocca a superare sé stessa nonostante la forma, l’odore. Eccolo che s’alza e mi dice di andare, mi mette una mano sui fianchi come se fossi sua moglie, come se avesse paura che ora scappassi, perché davvero sto bene se non ci fosse dell’altro, se la sera finisse con un bacio al parcheggio dove ho lasciato la macchina. E’ proprio in quel parcheggio che si sta dirigendo, senza luce e senza macchine, in una tetra distesa d’asfalto, che fa paura a pensare che è il nostro nido d’amore, dove per la prima volta tradisco un marito, che ancora sta sveglio e di sicuro mi pensa, e lo tradisco tra cartacce e bisogni di cani, tra padroni in ciabatte che sperano in fretta di andare a dormire. Tiene una mano al volante e l’altra tra le mie cosce, mi dice che ho un paio di calze perfette, un bordo, un ricamo che mai così tanto l’aveva intrigato, mi dice che sono bella che lo sarei altrettanto se non portassi che niente, che i quarant’anni sono passati più fretta, rispetto al mio corpo, alla pelle che liscia vicino al mio sesso. Ma come posso credergli? Come posso credere ad un uomo che non vede l’ora di fermare la macchina, che non sta più nella pelle e nei pantaloni, che ora mi dice di abbassare la lampo, mi dice cortese se me la sento, accelera e frena. Oddio come mi sono ridotta? A masturbare un uomo in giro di notte, con l’unico fine di farlo venire, senza che almeno ci sia un pretesto, un contorno di luna o solo di mare, parole che servono per giustificare la presa, questa di un sesso che meccanica muovo.

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E pensare che ero quasi convinta d’una suite al centro di Roma, distesa in un letto dove allunghi una mano e trovi un calice di spumante ghiacciato. Come mi sono ridotta! Con mio marito che avrà guardato quattro volte la sveglia, ed io con la paura che una pattuglia ci fermi, e mi rallenti il ritmo di questa mano che spera, che non manchi poi tanto a mettere fine, ad una serata pensata diversa. Cosa le dico alla poliziotta? Che sono sposata? Che ho la macchina in panne? E che questo è solo un buon uomo che mi sta accompagnando. Lui non ci pensa nemmeno, ha pagato un biglietto su quella sedia salmone, ed adesso pretende, si gode una gonna, una donna, le sue unghie rifatte prima di uscire. Ferma la macchina accanto alla mia, non sente i pensieri che mi frullano dentro, sente solo la mano che leggera lo prende, e senza strappi lo segue nell’andare voglioso del suo respiro più caldo. E’ soddisfatto di quanto mi sia calata nella parte. In effetti non vedo nessuna differenza se m’avesse incontrata per strada, se m’avesse chiesto per quanto ed io di risposta cinquanta di bocca, di mani ed altro ne possiamo parlare. “Ma come ti sei vestita?” Mi pare di sentire la sua voce mentre alza la gonna. Oddio, ma come si permette? Si sente in dovere di giudicarmi soltanto perché m’ha fatto godere! Lui non parla ed io mi sento lo stesso ridicola, davvero mignotta, cerco di trattenergli la mano, di non farmi scoprire, ma poi rido, rido perché lui non s’accorga che il posto più bello del mondo è accanto ad uomo che s’alza tre volte ogni notte e fa il giro di casa, che dorme, che russa e nemmeno mi sogna. Se lo sapesse Cecilia, che la prima volta che esco con un uomo, mi faccio scopare dentro un parcheggio! Lei non mi crede adatta a queste cose, dice che ho un seno borghese che va ciucciato chiedendo permesso, scusi, permette di signora, che mai mi lascerei andare soltanto all’istinto. Eccomi qui invece a spalancare le gambe in un atto di riconoscenza, lui s’infila s’accomoda e sembra a suo agio, poi si sfila e ricomincia daccapo. Mi guardo intorno e guardo di fuori, mi sforzo di trovare un fremito d’emozione tra queste luci gialle appannate dal vetro.

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Eppure erano anni che non uscivo la sera, quante volte nei miei sogni incompiuti ho desiderato di stare come ora mi prende, come ora mi bacia, come ora le mie gambe si stringono sopra i sui fianchi. Vabbè non c’è amore, ma leggero lontano, mi pare di sentire un qualcosa di nuovo, come se tra le pareti che scorre abbia trovato un’ansa più fertile, una voglia per anni rimasta a dormire, oddio la sento si fa più vicina, mi crea vuoto e rimbombo tra la pelle e le ossa, mai e poi mai l’avrei creduto stasera. Lui insiste, ha capito che sto quasi cedendo, che mi sto abbandonando anche se la testa è da tutt’altra parte. Adesso va più piano e dà energia ad ogni colpo, come stesse centrando quel punto, quell’ansa, quel cunicolo stretto inaridito dal tempo. Mi piace sentire il suo fiato che rantola e soffia dalle parti del seno, la mano che mi tura la bocca e l’altra che cerca il permesso nello spacco protetto da un solo filo di stoffa. Oddio sto gridando, di nuovo sto gridando, mai era successo dopo neanche mezz’ora di sentire intatta la voglia come se fossero mesi. Lo sento quel fremito che in alto mi sbatte e m’aggrappo di nuovo con le gambe ai suoi fianchi, lui capisce ed affonda, s’assesta e ritenta per andare oltre l’oltre che chiedo gridando, nelle sponde più umide e strette dove depongo i miei sogni quando solo da sola riesco ad inoltrarmi. Lì non c’è affetto, non c’è amore che conta, ma solo la voglia di farsi una donna, di farla godere come ora sta facendo, c’è solo il desiderio di abbandonarsi alla forza, d’essere l’unica agli occhi che mi guardano dritti, che mi penetrano in fondo quanto ad un metro sta facendo il suo sesso. C’è solo l’orgoglio di vederla godere, di vederla incosciente che passa la soglia, d’avere un nome una casa ed un ruolo, d’essere carne e pelle perché il resto non conta, d’essere membrana senza anima dentro. Lui scarica dentro la sua villa e suoi cani, la fierezza d’esserci riuscito stasera, in una sola sera, stanotte, in una sola notte, la prima, a scoprirmi la gonna, a toccarmi i peli intimi senza chieder permesso, a fare l’amore senza curarsi d’un mazzo di rose davanti lo specchio all’ingresso di questa suite che sa di parcheggio. Ora davvero non manca più niente! Rallenta come se mi stesse aspettando, ora più in fretta cercando di nuovo quel punto, l’urlo congiunto che secca la gola e ci fa appannare i vetri di questa macchina che fa da culla e si muove in un dondolio che farebbe scandalo a vederlo da fuori. Poi tutto silenzio torna il tatto di una pelle straniera, torna il timbro di una voce lontana, tornano frasi che hanno un concetto, una ragione nel dirle ed imbastire risposte. Istintivamente abbasso la gonna, come è osceno il movimento di una donna che si riassesta mutande, come è volgare la mano di un uomo che alza la lampo.

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Mi guarda e mi dice che sono stata perfetta, ma son sicura che sta pensando puttana. Rido, che differenza potrebbe mai avere a quest’ora di notte, sopra questa spianata d’asfalto. Dall’altra parte della rete c’è una strada che corre deserta, si sente il rumore di una fontana che scroscia. Un uomo che corre in tuta e maglietta, una donna ostinata che vende uno spacco, inutile quanto quell’acqua. Non c’è altra vita che mi possa dare la dimensione di quello che ho fatto, l’intensità di quanto proibito c’è stato stanotte perché da soli non abbiamo misura, non riusciamo a sapere il confine dopo il quale ci venga il rifiuto, il peccato che ci fa voglia di casa, di rimetterci in fretta la vestaglia appesa nel bagno che sa di pulito e sa di famiglia. Ma chi è quest’uomo che m’è entrato qui dentro? Come mai gli ho permesso di slabbrarmi la pelle, di arrivare nell’intimo che non è certo la fica, non è certo la carne che lui ha scomposto. Ma chi è quest’uomo che mi ha ripetuto più volte parole indecenti, che ne ho respirato il vapore e mi ha riempito la bocca, gli occhi, la testa, che m’ha cercato l’orlo delle mutande da sera. Non per voglia, non per sesso, solo per il gusto di saziarsi dopo l’amore, mentre ritorna a casa da solo, pensando che s’è fatto una donna e se l’è fatta per bene, che s’è fatta una moglie e s’è fatto il rossetto. Ma chi è questa donna che sta vedendo il suo specchio al di là della rete, dentro un ristorante che accavallava il ricamo per farsi un amante e farselo in fretta, perché in due ore quale mai altra dote avrei mai potuto ostentare? Scendo dalla macchina e ci salutiamo a stento, forse anche per lui ora c’è bisogno di casa, c’è bisogno di quella cagna bastarda che lo sta aspettando al cancello, c’è bisogno di moglie che tradisce e che ama perché gli concede questo svago ogni tanto. Chissà quante volte avrà visto questa scena di una donna che accende il motore e poco prima s’è fatto. Pochi minuti mi separano da casa, dovrei sentirmi leggera e magari cantare, mentre guido su queste strade deserte. Ma che tristezza pensare che tra poco scivolerò in un letto che qualcuno per amore o timore ha già scaldato per bene.

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Il disegno da il suo peggio proprio durante le scene umoristiche; infatti, generalmente, la tavola viene sciupata dall’abuso di superdeformed che toglie personalità grafica ai personaggi rendendoli macchiette. Tuttavia le parti rimanenti non sono da scartare o da disprezzare: il tratto è spesso e tondeggiante, non molto definito nei dettagli dei personaggi ma tutto sommato gradevole quando l’autore decide di prendersi sul serio. In definitiva siamo di fronte ad un primo numero che lascia un po’ a desiderare ma che potrebbe riservare delle sorprese nel seguito, se l’autore si decidesse effettivamente di lasciare da parte la componente umoristica ed il disegno deformed. Classica avventura fantascientifica, leggera e senza troppe pretese. Il plot è plausibile anche se lo svolgimento non è dei migliori. La serie è stata pubblicata inizialmente dall'editore Fujimi Fantasia per poi essere ristampato e continuato dalla Kadokawa. Per lungo tempo è rimasto interrotto ed inconcluso anche in patria e, solo nel 2004, è uscito il quinto volume. Forse quello conclusivo. Azuki Yamagishi è una 15enne con una grande fortuna: suo padre lavora in un’agenzia che scova nuovi talenti per inserirli nel mondo dello spettacolo che, di tanto in tanto, le chiede di aiutarlo mandandola a “caccia” di nuovi volti nella sua scuola. Ma questo le crea anche dei problemi, in quanto la maggior parte di ragazzi che si interessano a lei, lo fanno solo per diventare famosi! Così, un giorno, Azuki decide di cambiare: vuole smettere di innamorarsi dei tipi belli e famosi, e trovarsi un ragazzo come si deve. Si taglia i capelli e va all’audizione della Romeo Gakuen, una specie di Saranno Famosi alla giapponese, dove suo padre le chiede di far parte della commissione. Il volume si conclude con una breve storiella aggiuntiva, più basata sul non-sense che sulla spacconeria. Casualmente viene scambiata per un ragazzo, e così va all’audizione come “spia” del padre, ossia per osservare dall’interno i vari ragazzi e scegliere i migliori. Presto viene smascherata, ma nel breve tempo durante il quale era rimasta in incognito, accadono diversi eventi: non solo si innamora di uno dei ragazzi, ma anche altri sembrano interessati a lei, in particolare Arata, uno della famosissima band Romeo Romeo, ma per cui Azuki non sembra provare nulla, anche perché gli si era dichiarata in passato, ricevendo una riposta negativa.

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Postetato da PePa il 11:46