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05.09.04

Segreti di donne

Secondo una ricerca, per sembrare più caste tendono a "scordarsi" qualche partner...

Bisogna ammetterlo: spesso la nostra cultura fa a pugni con il concetto di parità dei sessi. Soprattutto quando si toccano argomenti particolarmente intimi. È prassi comune che un uomo che frequenta molte donne venga considerato molto virile, mentre una donna che abbia avuto molti partner sia vista come una poco di buono.
Sarà forse per questo motivo che le donne preferiscono mentire riguardo il numero dei loro compagni? Secondo una ricerca condotta negli Stati Uniti, se interrogate circa il numero dei loro rapporti amorosi, le "lei" hanno la tendenza a dimenticarsene qualcuno. Questo modo di agire ha trovati svariati riscontri nella vita di tutti i giorni: come in Gran Bretagna, per esempio, dove gli uomini dichiarano di avere avuto in media tredici compagne nella loro vita, metre le donne si limitano a "dichiararne" nove. La discordanza tra questi due dati, naturalmente, aveva sempre dato da pensare...
Ed ecco l'esperimento rivelatore: nell'università dell'Ohio 201 ragazzi e
Fighette tra i 18 e i 25 anni, sono stati divisi in tre gruppi distinti e sottoposti a un test riguardo alla loro vita amorosa e sessuale. Al primo gruppo fu riferito che il test era totalmente anonimo, al secondo che un ricercatore avrebbe supervisionato lo svolgimento della prova e che avrebbe potuto ricondurre ogni foglio al singolo autore. Al terzo gruppo, infine, fu comunicato che sarebbero stati collegati a una macchina della verità. Come previsto inizialmente, se le risposte degli uomini erano grossomodo omogenee e si aggiravano da un minimo di 3,7 a un massimo di 4,2 partner, per le donne le risposte erano molto più variegate.
Ci si accorse che le ragazze del primo gruppo dichiaravano 3,4 rapporti; quelle del secondo, che erano controllate da un esperto, solo una media di 2,6 rapporti. Erano ben 4,4, invece, i rapporti dichiarati dalle ragazze del terzo gruppo, quelle cioè che temevano di essere sottoposte al test della veritàed essere considerate delle
Giovani Troie.
Le donne hanno quindi più rapporti di quelli che ammettono? Stando a questo esperimento sembrerebbe di sì: una conferma sembrerebbe arrivare da un'altra ricerca americana dove le ragazze ammettono di visitare regolarmente almeno una
Chat Lesbica. Secondo la sessuologa Susan Shapiro Barash, il 60% delle mogli Quarantenni tradisce il marito e il 90% di queste non prova nessun senso di colpa e ammette che gli piace fare Sesso di Gruppo . La stessa studiosa ha dichiarato che queste donne non tradiscono per pura pulsione sessuale, ma che cercano fuori dal matrimonio ciò che la vita coniugale non riesce a offrir loro.

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Ancora mi chiedo come ho potuto, racimolare le forze che venivano meno, in quale antro dell’amor proprio ho soffocato vergogne. Dove ho trovato l’impeto di sbattergli contro tutta me stessa, per tranciare quel desiderio che mi faceva violenza, mi stuprava come se fossi stata io la femmina, come se non fosse stato lui il maschio, ma una banda di delinquenti incontrati di notte sotto il portone. Era tutto troppo evidente per sentirne la rabbia, troppo smaccato per gridare ragioni, troppo anormale per sentirmi tradita. Proprio a me doveva capitare? Ho acceso la luce quando il piacere si faceva più intenso, mentre lui la cercava e lei si faceva capiente. Poi non ricordo più nulla, tranne la voce di lui che cercava un misero pretesto, dando la colpa allo spumante di marca, a quella donna che prima ci sguazzava di dentro. tocco magico
Ora sono qui su questa terrazza e faccio un rimpasto di uomini, pur essendo convinta d’aver scelto quello sbagliato il
famigerato punto G. Mi mangio quello che resta delle mie unghie, sicura che stanotte mi dipingo la faccia per scostarmi più che posso dalla faccia di un uomo. Sul viale di fronte c’è una puttana seduta che legge un giornale, ha le gambe allargate al mondo, che le passa accanto e qualche volta davanti. Potrebbe avere i miei anni e parlare il mio stesso dialetto, potrei essere io stessa se solo non fosse tinta d’un nero volgare ed avere due tette da mucca che non lasciano nulla al segreto. Chissà cosa darei per sentire la voce degli uomini che passano, chissà che darei per leggere quello che legge, ed avere la stessa incoscienza pensando che nulla m’aspetto dagli uomini se non il valore riposto nella tasca sinistra. Baci e Carezze
A volte mi metto a pensare, se davvero potrei farle concorrenza, se le mie gambe accavallate in quel posto potrebbero avere clienti. Poverini! Non sanno che finirebbero nel buco sbagliato, dentro un condensato di rabbia che dopo mesi non s’attenua e s’astiene deciso da qualsiasi voglia. Dovrei indossare un paio di mutande all’altezza, magari di quelle che si fanno da parte al primo soffio di fiato, magari più rosse per metterle in mostra quando la notte che passa mi sorprende più intatta. Se ci penso, non posseggo mutande per sentirmi alla pari, come le mie labbra sono troppo sottili per sperare di gonfiare i sogni di un uomo che passa e mi guarda.

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Non c’era amore in quel movimento, né la voglia d’assaporare un piacere rubato. C’era solo rabbia di soddisfarsi, d’essersi fatto la donna più bella, che la sera imprevista propone, nel posto più impervio che solo un destino malato potrebbe scovare. Non c’erano volti, non c’erano mani, solo fiati strozzati di sete di maschio che sfama, di fame di femmina sazia. Non c’erano ruoli, non c’erano mani, si fottevano entrambi nella foga d’aversi, come se il pene lì in mezzo, non avesse un padrone, una protesi a forma di nizza, un bastone a due punte, che ambedue sentivano dentro. Si fottevano le ultime bolle di uno spumante di marca, le prime ore d’un anno dove era concesso sfidarsi, un brivido caldo all’insaputa di tutti, di quel vociare che proveniva dal basso, tranne me, impietrita nel letto, che chissà per quale motivo provavo vergogna, cercavo d’appiattirmi come coperta.

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Alpen Rose
E' l'inizio di una lunga e prolifica carriera che prosegue ancora oggi: quest'autrice ha esplorato i più svariati generi, adeguandoli al suo stile, che rimane invariato nel tempo. Quella che segue è una delle sue opere più rappresentative, l'unica che ha goduto anche di una versione animata, nel 1985. L'Akaishi adora i pinguini, infatti la sua homepage si chiama "Penguin Room", e riferimenti ai pinguini o alla "Penguin Room" compaiono talvolta nei suoi manga.
Svizzera. Seconda Guerra mondiale. Un aereo precipita in una radura: l'unica superstite all'impatto è una tenera bambina, che viene raccolta da un ragazzino, Lundi. La piccola ha perso la memoria, accanto a lei un pappagallino ripete le parole "Alpen Rose": Lundi le dà il nome di Jeudi e da subito la considera come una sorella più piccola. I due crescono insieme, col passare degli anni si scoprono sempre più uniti, ma a complicare gli eventi sopraggiunge all'improvviso De Gulmont, un conte tedesco alleato dei nazisti, che rivede nella ragazza l'immagine della donna amata: a causa sua Jeudi e Lundi intraprenderanno una fuga drammatica, durante la quale coinvolgeranno, a volte tragicamente, amici e nemici incontrati. Per meglio sfuggire alle mire del conte, Jeudi si taglia i capelli per camuffarsi da ragazzo, ma è costretta a separarsi da Lundi durante una fuga in treno.
Arrivata da sola a Vienna, ha la fortuna di trovare nel giovane compositore Leonard Aschenbach la chiave per sciogliere il mistero del suo passato: infatti costui riconosce in lei, seppur con qualche difficoltà iniziale, Alicia Brendell. Mentre Jeudi crede Lundi ormai morto, grazie a Leonard riesce a ritrovare suo padre, poco prima che questi muoia in ospedale, e persino a riunirsi alla madre che, quasi cieca, era rimasta vittima di Matilda, una ragazza che si era finta Alicia per ereditare il patrimonio dei Brendell. Superato infine l'ultimo ostacolo ordito da De Gulmont, Jeudi ritrova infine Lundi, e i due, ancora più uniti dopo le disavventure passate, anni dopo, celebrano la loro unione con un matrimonio.

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Mi domando come la vita possa avermi ridotta senza più anima e pelle, come l’amore m’abbia devastato cuore e ragione fino a convincermi che altro nella vita non avrei potuto sperare se non questo ritaglio di tempo riempito in gran parte d’ansia e d’attesa. E lui è sposato con la mia migliore amica, ha dei figli, una villa, un lavoro e tante partite a tennis ancora da sudare. Mi domando cosa altro potrei offrirgli, cosa potrebbe trovare dentro questa stupida donna che s’accontenta di minuzie e d’avanzi, di risvolti di tempo nei luoghi più anonimi e squallidi, adatti a confondere le acque e non farsi scoprire. E’ cominciato tutto al telefono, una sera che la mia amica non c’era ed ora mi ritrovo con l’ansia che s’ingrossa ed una patina di sudore nelle mani che s’infittisce ad ogni minuto che l’attesa s’allunga. Non so se questo sia amore, ma il pensiero di lui mi occupa la giornata e mi dà valore e contenuto quando faccio la spesa, quando mi guardo allo specchio o semplicemente respiro. Mi ripeto che comunque è follia, che forse sarebbe stato meglio aspettare invece di concedermi senza resistenza, sarebbe stato meglio puntare i piedi e stringere le cosce quando le sue voglie e i suoi problemi diventavano più grandi dei miei. Ma mi sono sempre andata a cercare situazioni che non avevano né capo e né coda e che lasciavano strascichi melmosi e temporali che allagavano il cuore ed arrugginivano la mente. Mi sono sempre innamorata di parole e mai di discorsi, di vagoni e mai di treni, di gente senza causa ed effetto che si materializzava dal nulla e proprio nulla di rimpianto lasciava quando sbatteva la porta. Ora, in questo stanzone di sala d’aspetto guardo la mia faccia nello specchio perché sia identica a quella che vedo. Oltre i lastroni di marmo che ricordano l’illusione del primo fascismo, i treni schizzano veloci e non hanno intenzione di fermarsi risparmiandomi fatica e buon senso di decidere per dove partire. Un uomo passa oltre e si siede di fronte, stringe nella mano sinistra una rosa gialla che odora e gradisce come sesso di donna appena lavato. Mi fissa dritto tra le gambe. Il suo vestito non ha tempo, non ha moda; le sue scarpe non hanno lacci da legare, né suole per camminare. Chissà quale fantasia l’ha portato sin qui, chissà quale illusione l’ha ridotto a pensare che tra poco di un niente accetterò senza esitazione la sua corte sfacciata ingannando l’attesa apparente del prossimo treno.

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Comunque lei aveva subito messo in chiaro le cose, così erano rimasti buoni amici. Dopo i primi giorni passati a visitare chiese e birrerie tipiche il posto non offriva molte altre attrattive: certo le case del centro sembravano tutte tipo quella di Hansel e Gretel e la pulizia delle strade era indiscutibile, però non passarono molto tempo che Fulvio si rese conto che quella cittadina nel cuore della Germania tutto sommato era abbastanza pallosa. Gli amici di Frida erano piuttosto insulsi, per quello che avesse potuto capire di loro, il fatto è che non lo tenevano in gran conto: all'inizio sempre interessamenti tipo where are you from o what's your favourite football team, poi in breve tornavano a quella loro lingua barbarica e attorno a Fulvio si creava una cortina di ferro da cui difficilmente riusciva ad uscire. Non era stata un'idea brillante andare a trovare Frida a Brownshweig d'inverno. Fulvio si era immaginato che in Germania facesse freddo, ma non così freddo. E non perdeva occasione per farglielo notare. Frida sapeva bene l'italiano. Riguardo al rapporto tra Fulvio e il tedesco, era praticamente inesistente. Si erano conosciuti l'anno prima al Politecnico. Per un po' ci aveva provato con Frida, gli sembrava un atto dovuto cercare di sedurre una studentessa erasmus: il fascino della straniera venuta dal nord era innegabile. E non è che Frida si interessasse più di tanto alla cosa. A quel punto Fulvio si attaccava al boccale di birra. Fu al terzo risveglio con mal di testa e bocca impastata che stabilì che era ora di darsi una regolata con la birra. Si rese conto che era solo nell'alloggio. Frida gli aveva lasciato un biglietto. Accanto al biglietto c'erano le chiavi di casa e una tessera. Sul biglietto c'era scritto: Si cambiò le scarpe e si tuffò tra i macchinari; era tutto un luccichio di metallo e tecnologia: c'erano certi vogatori con schermo a cristalli liquidi tipo sala giochi con cui dei ragazzi si sfidavano in gare di canottaggio virtuali, altra gente più o meno atletica era sparpagliata nell'ampio locale. Ho un impegno inaspettato all'università, tornerò verso le tre del pomeriggio. Intanto prova ad andare nella mia palestra, ti lascio la tessera. Così ti fai una bella sudata e fai uscire tutta la birra che hai bevuto! Frida o Fulvio si guardò intorno: ci fosse stato almeno un televisore! Da leggere si era portato qualcosa ma aveva troppo mal di testa. L'unica soluzione per ammazzare la mattinata era la palestra. Non metteva piede in una palestra dai tempi di educazione fisica al liceo. La palestra era nella stessa via del palazzo di Frida, se la ricordava; almeno se si rompeva poteva sempre prendere e tornarsene in casa. La tuta l'aveva già addosso, la usava come pigiama. Appena entrato, lo assalì un tizio superpompato in canottiera con una raffica di tedesco. Fulvio non si era preparato a discussioni con gli indigeni, avanzò un sorriso da deficiente e tirò fuori la tessera di Frida: Friend of Frida! Il tizio allora mostrò di aver capito e gli indicò col braccione una porta: Se l'era cavata ancora bene.

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Postato da PePa il 05.09.04 11:55