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25.09.04

Niente sesso... ma per scelta

Accanto a Superdotati, Transessuali, Bisessuali e assatanati vari, spuntano gli "asessuali"
Non hanno voglie, non provano attrazione né per
Uomini Superdotati né per donne, non si "ingrifano" mai e sbadigliano se parli loro di prestazioni a letto.

Tutti danno i numeri: i francesi fanno sesso 137 volte l'anno, gli Italiani un po' meno, ma in compenso sono bravi a raggiungere l' Orgasmo, in quanto il 61% dice di non fallire mai. E poi i Giapponesi son quelli che lo fanno di meno. Insomma, si parla sempre di quanto, come e dove lo si fa, si pensa sempre e costantemente alla quantità e alla qualità di un Rapporto Sessuale. Evidentemente perché piace pensare di farlo e piace farlo. Ma non a tutti, però.
Almeno a giudicare dal fenomeno dei cosiddetti "asessuali", fenomeno che ha avuto le prime avvisaglie negli Usa e in Canada e si sta propagando in tutto il mondo. Come si può facilmente capire, si tratta di persone che non fanno
Sesso, oppure che non hanno la benché minima intenzione di farlo. E il bello è che vivono perfettamente sani e felici. Con un solo problema: farsi accettare per quelli che sono, facendo così capire alla gente di essere perfettamente normali.
La categoria degli asessuali è stata sottoposta a un'analisi da parte di un pool di ricercatori. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica britannica New Scientist. Secondo i ricercatori si tratterebbe di un'autentica "rivoluzione asessuale" destinata a dilagare. Infatti, sarebbe in aumento il numero di persone che sceglie il celibato e la castità non come repressione della necessità, ma piuttosto come liberazione dall'obbligo di intrattenere
Rapporti Sessuali di qualsiasi tipo (Rapporti Anali, Rapporti Orali...). Un aumento tale da essere diventato equivalente al numero di persone Omosessuali. Anche gli asessuali, adesso, non hanno più paura a mostrarsi e stanno uscendo allo scoperto, soprattutto grazie a internet. In numerosi forum interattivi si scambiano emozioni, opinioni, esperienze. Alcuni di questi dicono di avere pulsioni sessuali molto basse, altre sostengono di avere stimoli sessuali ma non si sentono attratte da persone di alcun sesso. Possono eccitarsi, ma non hanno mai l'impulso di entrare in contatto sessuale con un'altra persona. Secondo uno studio canadese l' asessualità sarebbe una caratteristica comune dell'1% della popolazione. Secondo altri studiosi un elemento fondamentale nell'asessualità potrebbe essere lo stress sociale che può diminuire la libido e ridurre gli impulsi sessuali.

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Caffè, sì grazie
Una ricerca è stata condotta dall'Universita del Michigan per scoprire che il caffè è una bevanda che aiuta la sessualità. La caffeina, che è contenuta anche in altri alimenti come la cioccolata e il the, è notoriamente uno stimolante ma pare abbia, nel tempo, un effetto di prevenzione di disfunzioni erettili per gli uomini e calo della libido per le donne.
Cazzo Grande, Cazzo Enorme, Cazzo Duro, Cazzo Lungo, Cazzi Mostruosi
Nello studio dei dati sono state coinvolte circa 800 coppie di persone di 60 anni e oltre grazie alle quali è anche stato scoperto che, nel 62% dei casi, i bevitori di caffè avevano mantenuto una qualità della vita sessuale di coppia migliore rispetto a chi non lo beveva. C'è da aggiungere che il caffè americano contiene più caffeina di altri e che gli amanti di questa bevanda ne bevono almeno tre tazze al giorno.
Cazzi Enormi, Cazzi Grossi, Cazzi Giganti, Cazzi Lunghi, Cazzi Duri, Cazzi Piccoli
Il discorso cambia per l'espresso o la cioccolata, questa è anche un antidepressivo e in teoria aiuta principalmente nella fase relazionale e nel prendere l'iniziativa. In linea di massima gli stimolanti contenuti nel caffè e nella cioccolata sembrano rendere più ricettivi agli impulsi sessuali e aiutano a sentire meno la stanchezza anche in campo erotico.

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Detective per finta
Lo stanno ricercando in Canada, un misterioso e affascinante truffatore che ha inventato un sistema contorto ma fantasioso per sedurre e abbandonare molte giovani donne. La polizia sta ora interrogando le vittime della truffa sessuale che si svolgeva sempre con le solite modalità. Il truffatore fingeva di essere un detective che stava indagando su casi di violenza sessuale per conto di una prestigiosa organizzazione.
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Le sue vittime di seduzione erano tutte giovani che aveva reclutato per farsi aiutare nelle indagini. L'uomo prendeva in affitto camere in alberghi lussuosi dove invitava le aspiranti detective ai colloqui. Ben vestito e affascinante, con un bel modo di parlare, convinceva le ragazze a ricostruire con lui la scena del crimine per poi finire a letto insieme.
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Sarah Bloor, portavoce del quartier generale di polizia di Vancouver, ha dichiarato: "E' il caso più insolito e bizzarro di truffa che ci sia mai capitato. Il falso detective si comportava in maniera educata e suadente e alle donne non à stato fatto del male, ma si sono sentite ingannate nella loro buona fede".

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Parlarono di feste e buffet e bevande senza mai smettere di lavorare finché le tartine si accumularono occupando tutto lo spazio disponibile; bisognava portarle di là - era quello lo scopo per cui le si preparavano - e Hammett avrebbe dovuto offrirsi, ma proprio non se la sentiva di tornarci. Fu salvato dal marito che entrò come un turbine e, afferrato un vassoio, scomparve lasciando parecchio spazio che Hammett s’ingegnò a riempire con rinnovato vigore, mentre la donna si dedicava alle bevande sempre parlando con entusiasmo, questa volta del marito e della sua straordinaria energia. Entrò altra gente per reclamare cibo e bevande e per trovare sollievo alla noia dei discorsi in un’improvvisata seduta terapeutico-culinaria. Si era in troppi lì dentro e Hammett dovette lasciare posto ai nuovi venuti. Tornato nella stanza, lanciò un rapido sguardo circolare che lo confermò nella speranza di non trovarvi Monroe, e corse verso una conoscente che, uscendo dal bagno, si trovava sola e pronta a riattaccare discorso. Parlarono a lungo, guadagnando nel frattempo metri preziosi verso il buffet, e si stavano preparando a dare l’assalto alla barriera umana che lo nascondeva, quando Hammett si sentì toccare la spalla mentre la voce di Monroe chiedeva spazio. Questa volta Hammett non si fece sorprendere: le tenne dietro fin sulla strada e le impedì l’ingresso in auto. Hammett avrebbe voluto prenderla per le spalle e, sorridendo, dirle che non doveva crearsi stupidi problemi; che non aveva fatto nulla di stupido o dannoso; che obbedire ad un impulso piacevole per sé e per un altro contemporaneamente era un evento raro di cui bisognava rallegrarsi. Ma sapeva che quelle parole, pronunciate in quel momento, avrebbero avuto un effetto spiacevole per lei, così, cercando di non lasciar trapelare troppo sollievo, si limitò ad alzare le spalle in un gesto di generica solidarietà e mormorare un cupo "capisco ciò che provi".

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Di madre cinese e di padre europeo faceva la cameriera per sbarcare il lunario. “Signora, i suoi occhi sono tristi.” Mi disse in un italiano incerto e vellutato mentre mi serviva una fetta di Sacher. Rimasi sorpresa, era la prima persona dopo mesi che mi rivolgeva una domanda così diretta indovinando, senza ombre di dubbio, il mio stato d’animo. Non potevo negare, sorrisi in cerca di parole che camuffassero il mio stato interiore salvaguardando la mia immagine di donna borghese. Era giovane, il suo viso orientale non poteva avere che vent’anni o giù di lì. Le sue mani, perfette e delicate, si muovevano innocenti e incontaminate. “Io vedo dolore nei tuoi pensieri.” Disse ancora, quasi malinconica, scuotendo i suoi capelli lisci e neri. Sorrisi di nuovo imbarazzata soprattutto da quel tono confidenziale di quel piccolo esserino senza alcuna autorità. Gelosa dei miei pensieri più intimi, così evidenti, pagai il conto e me ne andai. Ma il giorno dopo tornai, come il giorno dopo ancora, finché un pomeriggio di un qualunque venerdì mi chiese di uscire. Aveva notato la mia nuova eleganza e intuito quelle sfaccettature di soggezione che immancabilmente comunicavano quello che non avrebbero mai detto le mie parole. Era vero, avevo solo bisogno di parlare con chi avrebbe potuto capire l’intensità del mio dolore. Davanti ad una pizza in un ristorante orientale traboccai situazioni e sentimenti, persone e stati d’animo mescolando tempi, luoghi e la sua stupefacente pazienza ad ascoltare. Non espresse giudizi, non rincuorò la mia sofferenza, ma per la prima volta mi sentivo meglio, svuotata di vendette e recriminazioni, di risentimenti e fughe all’indietro. Aveva la capacità di ascoltare e non parlare, dopo una settimana non conoscevo ancora niente di lei, mentre io ormai nuda mi sorprendevo a pensare come era possibile che una piccola ventenne mezza orientale di rango inferiore potesse riempire fino all’orlo la mia voglia di compagnia. Ci frequentammo ancora. Durante la giornata non mi riusciva altro che pensare a lei. Non dissi una parola quando una mattina al telefono mi sussurrò delicatamente: “Io potrei venire a stare con te.”

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Gocce intermittenti continuavano a picchiettare con regolarità sul legno. Il tempo tra una goccia e l'altra doveva essere di circa cinque secondi. Quello che Fulvio avrebbe veramente voluto fare era distendersi laggiù vicino a lei, mettere la faccia sotto il tallone e farsi accarezzare da quello sgocciolio: lo avrebbe ricevuto sul naso, sulle guance, direttamente in bocca. Cercò nella sua mente un approccio valido con cui stabilire un contatto: un bel sorriso, uno sguardo intenso, una domanda idiota da turista. Ma non gli venne in mente niente di interessante. In più la ragazza sembrava del tutto disinteressata al mondo che la circondava. Aveva chiuso gli occhi e sembrava dormisse. Il seno saliva e scendeva lentamente, i capelli bagnati ricadevano sull'accappatoio in spesse ciocche. La gamba destra era appoggiata fino al ginocchio, poi scendeva e penzolava senza arrivare a toccare la panca inferiore. Dal ginocchio in giù le goccioline si raccoglievano in rigagnoli che percorrevano in direzione casuale il polpaccio e la caviglia fino a raccogliersi verso il tallone per poi cadere. Chissà che sapore aveva il liquido prodotto da un essere perfetto? Di certo niente a che vedere col sudore dei comuni mortali. Poi avrebbe cominciato a succhiare quell'angolo del piede assaporando tutto il nettare raccoltosi. E poi su, sempre più su, spazzolando tutti quei centimetri di pelle rosea, fino al centro dell'universo. Si riebbe dalle sue fantasie quando i tre di fianco a lui presero gli asciugamani e se ne andarono. Erano rimasti solo loro due: un ragazzo e una ragazza nudi nella stessa stanza. Si distese e cominciò ad osservare il soffitto. Non sarebbe stato naturale coccolarsi un po? Presto però sarebbe rimasto solo se non si fosse inventato qualcosa: la ragazza si era messa a sedere e aveva cominciato ad asciugarsi; ecco dove finiva tutto quel succo divino: assorbito da uno stupido accappatoio. Si alzò e istintivamente si alzò anche Fulvio. Buttò lì quello che gli venne in mente. Fece come se Fulvio fosse stato trasparente e privo di corde vocali: indossò l'accappatoio, se lo chiuse in vita, infilò gli zoccoli e si avviò. Fu quando arrivò davanti a Fulvio che senza rallentare gli rivolse il volto perfetto: Ciao! Fu quello che uscì dalle sue labbra, gli regalò ancora un bellissimo sorriso, si aprì la porta ed uscì. Fulvio restò inanimato per un bel po'. Il rumore dei passi di lei si perdeva nel corridoio. Quella stanza ora sembrava enorme. Si voltò ad osservare l'assenza di lei: legno, ovunque soltanto del legno. Si avvicinò. Il segno delle natiche stava scomparendo lentamente. Ci si sedette sopra. Il calore passato dal corpo di lei al legno ora passava nel corpo di lui. Un senso di benessere totale lo pervase.

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Postetato da PePa il 18:48

16.09.04

Italiani, tutto e subito

Tra uomo e donna conoscersi è utile? Sì, in fondo è anche necessario; per scoprire pregi e difetti l'uno dell'altro e mettere in piedi una storia, magari la quella della propria vita. E prima di andare a letto, invece, quanto bisogna conoscersi? Secondo un recente sondaggio, pare che agli uomini italiani basti sapere nome e cognome della partner e niente di più: perché il 31% di loro (mica pochi, quindi) fa sesso già al primo appuntamento.

Secondo l'inchiesta commissionata dalla Durex, multinazionale che produce profilattici, l'identikit dell'italiano è proprio questo: amante determinato e disinibito. Un punto in più quindi, da aggiungere a una classifica che fa degli italiani sempre degli irresistibili latin lover. Il dato del "tutto e subito" è abbastanza clamoroso, se si vuole anche sorprendente. Perché il 31% che vede gli italiani svettare nella particolarissima classifica dei rapporti al primo appuntamento straccia il misero 15% della media globale. Sarà vero? Che credibilità dare a questa inchiesta? Solo la voglia di essere sbruffoni e dire che siamo talmente bravi da andare al sodo subito senza tante storie? Forse sì. Infatti è illuminante un passo di "Politesse oblige", libro scritto dalla principessa francese, ed esperta di bon-ton, Hermine de Clermont-Tonnerre e diretto alle sue connazionali: «Non usate eccessiva franchezza, non parlate del vostro passato e dei fantasmi che lo popolano. I nuovi gesti della seduzione vedono il ritorno del valore dell'attesa. A cominciare dal classico "mai la prima sera": le cene a lume di candela devono essere almeno due prima di poter accogliere il corteggiatore preferito tra le lenzuola». Così le francesi. E gli italiani? Il punto di vista di Andrea Biavardi, direttore della rivista "For Men Magazine", è abbastanza evidente. Scrive Biavardi nel suo libro "Sbuccia il maschio": «Noi uomini amiamo il sesso veloce, sfrenato, matto, selvaggio, senza fiori e senza musica. Lo dico e lo ripeto: la sveltina è il supremo atto sessuale del maschio». Non ci importa degli ungheresi che fanno sesso (o all'amore) per 152 volte in un anno. L'italiano è ancora il mito che popola i sogni femminili, proprio come accadeva ai tempi di Rodolfo Valentino. Nella "Global sex survey 2003", ovvero un sondaggio sul sesso mondiale con più di 75mila testimonianze, il maschio italiano è considerato il più sexy dalle donne di ogni nazionalità. Ed è anche il più prudente, se è vero che solo il 19% dei vitelloni nostrani azzarda un rapporto non protetto con un nuovo partner, contro una media generale del 41%. La morale? Siamo come le macchine di lusso: irruenti, eleganti e soprattutto sicuri.

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Nessun pentimento
Tradire è peccato? Per le donne italiane sembra proprio di no tanto che, quando lo fanno, non soffrono di sensi di colpa, specialmente se si tratta di una avventura estiva. L'indagine è stata condotta da Love Line, su un campione di circa mille donne, d'età compresa tra i 16 e i 45 anni. Per il 69% delle intervistate, "tutto è lecito". Il 23% delle italiane che tradiscono o tradiranno ha deciso di farlo perché il fidanzato "non sa fare l'amore". L'origine della voglia di concedersi una scappatella sembra quindi essere l'insoddisfazione sessuale.
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Ma non è tutto: il 15% dichiara di aver tradito il proprio partner perché questao non curava più la sua persona e, in particolare, perché non si vestiva bene o, addirittura, si lavava poco. Il 12% delle donne intervistate invece ha deciso di tradire perché il partner era terribilmente noioso mentre l'11% non ne poteva più della sua gelosia. Altre cause minori di tradimento sono il gusto del rischio (9%), "perche russava" (8%), per riappropriarsi della propria autonomia (6%), per ritrovare un'identità perduta (5%), per un'inequivocabile fine dell'amore (3%), o, al limite, per soldi (3%).
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Insomma, dopo anni di malcelate bugie le traditrici d'Italia sembrano aver abbandonato le paure delle loro mamme. Resta comunque valido un principio: tradire sì, ma negare sempre. La maggioranza delle intervistate (quasi l'80%) non rivela e non rivelerebbe mai il suo adulterio al partner. Dopo il tradimento solo una su cinque confessa che ha provato o che proverà sensi di colpa. La maggioranza, il 35%, farà finta di niente, altre (il 15%) dichiarano che dopo il tradimento, "il rapporto con lui non è più lo stesso" e altre ancora che hanno lasciato il partner. Infine il 7% forse aveva solo voglia di vendicarsi e dichiara che "con la scappatella ho provato un senso di liberazione, ci ho preso gusto e lo rifarei".

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Questo il risultato di una ricerca svizzera
Che il sesso praticato con regolarità faccia bene alla salute é cosa ormai nota. Meglio però non esagerare. A mettere in guardia le coppie, uno studio condotto da Tillmann Krueger, un esperto dell'Università tecnica svizzera, che consiglia agli uomini (l'indagine non ha preso in esame campioni femminili) di non avere più di tre rapporti la settimana.
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Dalla ricerca, che ha tenuto sotto stretta osservazione un gruppo di 11 volontari maschi che hanno accettato di sottoporsi a prelievi del sangue dopo aver raggiunto l'orgasmo previa masturbazione, si é evidenziato come il sesso regolare fino a due, tre volte la settimana aumenti la concentrazione nel sangue delle cosiddette cellule killer naturali. Un incremento di cellule che va a beneficio del fisico visto che durante ogni rapporto sessuale il corpo entra in contatto con una grande quantità di germi estranei.
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Teoria sostenuta già in precedenza da uno studio americano che sottolineava come fare sesso al massimo tre volte la settimana aumenti la concentrazione di particolari anticorpi nella saliva. Diverso invece il discorso per i grandi amatori nei confronti dei quali, sempre secondo la ricerca di Krueger 'non si sono dimostrate vantaggiose ne una smania sfrenata di sesso ne la rinuncia predicata ogni tanto'.

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Hammett tirò su la lampo mentre Monroe, dopo aver tamponato alla meglio con la gonna, raccolse lo slip e lo indossò scostandosi dall’angolo di muro cui si era appoggiata. Hammett le andò incontro per accarezzarla, ma Monroe allontanò brusca la mano tesa e corse via dalla stanza. Hammett rimase interdetto per un istante, poi, riavutosi, le corse dietro, ma riuscì solo a vederla al volante mentre faceva correre l’auto. S’incontrarono la settimana dopo a casa di amici. L’avvenimento era importante per entrambi, ma passò in secondo piano non appena si riconobbero. Monroe riprese a parlare con foga con un’amica, tramortendola con un fiotto appassionato di parole per lo più di scarso senso, mentre Hammett voltava la testa dall’altra parte, rivivendo la serie di interrogativi che l’avevano assillato nei giorni precedenti e da cui era stato distolto solo quel giorno. Cercò qualcuno con cui parlare, ma i suoi conoscenti, quelli con cui non avrebbe avuto difficoltà ad intavolare una conversazione su non importa quale argomento, erano tutti impegnati in altre conversazioni e lui non era in grado di piombare nel bel mezzo. Decise di lasciare la stanza e infilò la prima porta. Si ritrovò in cucina, dove la padrona di casa preparava tartine e si offrì di aiutarla. Il lavoro gli piacque ed anche la compagnia.

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Andava su e giù con quei bilancieri, non voleva dare l'idea di essere un novellino. Non passò molto tempo che si rese conto di essere madido di sudore. Sotto la tuta aveva solo la canottiera senza maniche, e di certo non l'avrebbe esibita per niente al mondo. Quelle chiazze nauseanti del resto erano la prova che aveva sudato abbastanza: si diresse verso lo spogliatoio cercando di mantenere le braccia il più possibile aderenti al corpo. Fece la doccia in compagnia dei ragazzi del vogatore. Si stava rivestendo quando notò che i due fusti invece di fare altrettanto si avvolsero gli asciugamani attorno alla vita e si diressero fuori dallo spogliatoio. Nella palestra doveva esserci una sauna. Fulvio non era mai andato in una sauna. Incuriosito si ritolse le mutande e si avvolse l'asciugamano alla vita. Arrivò davanti alla porta in fondo al corridoio titubante: il vetro era appannato dall'interno. Non sapeva se girare o no la maniglia quando sentì dei passi dietro di sé che gli diedero la spinta. Si trovò in una stanzetta molto più piccola di come si aspettasse, completamente rivestita in legno. La stanza si allungava sulla destra: due serie di panche disposte a gradini correvano lungo le due pareti al fondo mentre sulla terza c'era un fornello che riscaldava l'ambiente. I due ragazzi erano seduti di fronte completamente nudi, ma la cosa più interessante della faccenda era che accanto a loro c'era una tipa nella stessa condizione dei due in quanto a vestiti. I tre conversavano amabilmente come se fossero seduti in un qualsiasi pub della città. Fulvio in effetti aveva già sentito che nei paesi nordici la promiscuità nelle saune era un fatto acquisito, ciononostante la situazione restava alquanto insolita, lo assalì un certo imbarazzo. Fu sul punto di girare i tacchi e tornarsene nello spogliatoio, quando da dietro si sentì sfiorare da qualcuno che era entrato: era la vichinga della cyclette. Passò dietro a Fulvio per portarsi al fondo della stanza, si tolse l'accappatoio, l'appoggiò sulla panca più in alto, si sfilò gli zoccoli di sughero e si distese a faccia in su, allungando le braccia sopra la testa per stirarsi: era bellissima. Fulvio non riuscì a staccare lo sguardo finche lei non diede un occhiata verso di lui. Un'occhiata gelida e tagliente come il vento che spazzava le strade di Brownshweig la notte. Prese posto cercando di essere il più lontano possibile da lei. Il cuore gli batteva forte, quella visione lo aveva inebriato di passione in tutto il corpo; fece un lungo respiro per ritrovare il controllo. Aveva fatto un errore: gli estranei non si dovevano mai fissare, tanto più se nudi. Con la coda dell'occhio riusciva a vedere i piedi della ragazza che poggiavano sulla panca; dopo un po' accavallò le ginocchia mantenendo le gambe flesse. Si mise a dondolare il piede e con quel piede dondolavano anche le pupille di Fulvio. La temperatura era alta, in meno di un minuto Fulvio si ritrovò tutto bagnato. Era stupenda la capacità dei corpi di sudare. Anche la ragazza stava sudando. Lo si capiva dal luccichio della pelle, le sue gambe dovevano essere tutte piene di goccioline microscopiche. Erano tre perfetti esemplari della razza teutonica, bionde vichinghe dai corpi scolpiti e levigati da anni di palestra. Delle tre quella al centro era la migliore: si stagliava sulle altre di un bel po' nonostante fossero sulla cyclette, sicuramente era più alta di lui. Prese in mano i pesi e cominciò gli esercizi.

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Postetato da PePa il 11:29

05.09.04

Segreti di donne

Secondo una ricerca, per sembrare più caste tendono a "scordarsi" qualche partner...

Bisogna ammetterlo: spesso la nostra cultura fa a pugni con il concetto di parità dei sessi. Soprattutto quando si toccano argomenti particolarmente intimi. È prassi comune che un uomo che frequenta molte donne venga considerato molto virile, mentre una donna che abbia avuto molti partner sia vista come una poco di buono.
Sarà forse per questo motivo che le donne preferiscono mentire riguardo il numero dei loro compagni? Secondo una ricerca condotta negli Stati Uniti, se interrogate circa il numero dei loro rapporti amorosi, le "lei" hanno la tendenza a dimenticarsene qualcuno. Questo modo di agire ha trovati svariati riscontri nella vita di tutti i giorni: come in Gran Bretagna, per esempio, dove gli uomini dichiarano di avere avuto in media tredici compagne nella loro vita, metre le donne si limitano a "dichiararne" nove. La discordanza tra questi due dati, naturalmente, aveva sempre dato da pensare...
Ed ecco l'esperimento rivelatore: nell'università dell'Ohio 201 ragazzi e
Fighette tra i 18 e i 25 anni, sono stati divisi in tre gruppi distinti e sottoposti a un test riguardo alla loro vita amorosa e sessuale. Al primo gruppo fu riferito che il test era totalmente anonimo, al secondo che un ricercatore avrebbe supervisionato lo svolgimento della prova e che avrebbe potuto ricondurre ogni foglio al singolo autore. Al terzo gruppo, infine, fu comunicato che sarebbero stati collegati a una macchina della verità. Come previsto inizialmente, se le risposte degli uomini erano grossomodo omogenee e si aggiravano da un minimo di 3,7 a un massimo di 4,2 partner, per le donne le risposte erano molto più variegate.
Ci si accorse che le ragazze del primo gruppo dichiaravano 3,4 rapporti; quelle del secondo, che erano controllate da un esperto, solo una media di 2,6 rapporti. Erano ben 4,4, invece, i rapporti dichiarati dalle ragazze del terzo gruppo, quelle cioè che temevano di essere sottoposte al test della veritàed essere considerate delle
Giovani Troie.
Le donne hanno quindi più rapporti di quelli che ammettono? Stando a questo esperimento sembrerebbe di sì: una conferma sembrerebbe arrivare da un'altra ricerca americana dove le ragazze ammettono di visitare regolarmente almeno una
Chat Lesbica. Secondo la sessuologa Susan Shapiro Barash, il 60% delle mogli Quarantenni tradisce il marito e il 90% di queste non prova nessun senso di colpa e ammette che gli piace fare Sesso di Gruppo . La stessa studiosa ha dichiarato che queste donne non tradiscono per pura pulsione sessuale, ma che cercano fuori dal matrimonio ciò che la vita coniugale non riesce a offrir loro.

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Ancora mi chiedo come ho potuto, racimolare le forze che venivano meno, in quale antro dell’amor proprio ho soffocato vergogne. Dove ho trovato l’impeto di sbattergli contro tutta me stessa, per tranciare quel desiderio che mi faceva violenza, mi stuprava come se fossi stata io la femmina, come se non fosse stato lui il maschio, ma una banda di delinquenti incontrati di notte sotto il portone. Era tutto troppo evidente per sentirne la rabbia, troppo smaccato per gridare ragioni, troppo anormale per sentirmi tradita. Proprio a me doveva capitare? Ho acceso la luce quando il piacere si faceva più intenso, mentre lui la cercava e lei si faceva capiente. Poi non ricordo più nulla, tranne la voce di lui che cercava un misero pretesto, dando la colpa allo spumante di marca, a quella donna che prima ci sguazzava di dentro. tocco magico
Ora sono qui su questa terrazza e faccio un rimpasto di uomini, pur essendo convinta d’aver scelto quello sbagliato il
famigerato punto G. Mi mangio quello che resta delle mie unghie, sicura che stanotte mi dipingo la faccia per scostarmi più che posso dalla faccia di un uomo. Sul viale di fronte c’è una puttana seduta che legge un giornale, ha le gambe allargate al mondo, che le passa accanto e qualche volta davanti. Potrebbe avere i miei anni e parlare il mio stesso dialetto, potrei essere io stessa se solo non fosse tinta d’un nero volgare ed avere due tette da mucca che non lasciano nulla al segreto. Chissà cosa darei per sentire la voce degli uomini che passano, chissà che darei per leggere quello che legge, ed avere la stessa incoscienza pensando che nulla m’aspetto dagli uomini se non il valore riposto nella tasca sinistra. Baci e Carezze
A volte mi metto a pensare, se davvero potrei farle concorrenza, se le mie gambe accavallate in quel posto potrebbero avere clienti. Poverini! Non sanno che finirebbero nel buco sbagliato, dentro un condensato di rabbia che dopo mesi non s’attenua e s’astiene deciso da qualsiasi voglia. Dovrei indossare un paio di mutande all’altezza, magari di quelle che si fanno da parte al primo soffio di fiato, magari più rosse per metterle in mostra quando la notte che passa mi sorprende più intatta. Se ci penso, non posseggo mutande per sentirmi alla pari, come le mie labbra sono troppo sottili per sperare di gonfiare i sogni di un uomo che passa e mi guarda.

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Non c’era amore in quel movimento, né la voglia d’assaporare un piacere rubato. C’era solo rabbia di soddisfarsi, d’essersi fatto la donna più bella, che la sera imprevista propone, nel posto più impervio che solo un destino malato potrebbe scovare. Non c’erano volti, non c’erano mani, solo fiati strozzati di sete di maschio che sfama, di fame di femmina sazia. Non c’erano ruoli, non c’erano mani, si fottevano entrambi nella foga d’aversi, come se il pene lì in mezzo, non avesse un padrone, una protesi a forma di nizza, un bastone a due punte, che ambedue sentivano dentro. Si fottevano le ultime bolle di uno spumante di marca, le prime ore d’un anno dove era concesso sfidarsi, un brivido caldo all’insaputa di tutti, di quel vociare che proveniva dal basso, tranne me, impietrita nel letto, che chissà per quale motivo provavo vergogna, cercavo d’appiattirmi come coperta.

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Alpen Rose
E' l'inizio di una lunga e prolifica carriera che prosegue ancora oggi: quest'autrice ha esplorato i più svariati generi, adeguandoli al suo stile, che rimane invariato nel tempo. Quella che segue è una delle sue opere più rappresentative, l'unica che ha goduto anche di una versione animata, nel 1985. L'Akaishi adora i pinguini, infatti la sua homepage si chiama "Penguin Room", e riferimenti ai pinguini o alla "Penguin Room" compaiono talvolta nei suoi manga.
Svizzera. Seconda Guerra mondiale. Un aereo precipita in una radura: l'unica superstite all'impatto è una tenera bambina, che viene raccolta da un ragazzino, Lundi. La piccola ha perso la memoria, accanto a lei un pappagallino ripete le parole "Alpen Rose": Lundi le dà il nome di Jeudi e da subito la considera come una sorella più piccola. I due crescono insieme, col passare degli anni si scoprono sempre più uniti, ma a complicare gli eventi sopraggiunge all'improvviso De Gulmont, un conte tedesco alleato dei nazisti, che rivede nella ragazza l'immagine della donna amata: a causa sua Jeudi e Lundi intraprenderanno una fuga drammatica, durante la quale coinvolgeranno, a volte tragicamente, amici e nemici incontrati. Per meglio sfuggire alle mire del conte, Jeudi si taglia i capelli per camuffarsi da ragazzo, ma è costretta a separarsi da Lundi durante una fuga in treno.
Arrivata da sola a Vienna, ha la fortuna di trovare nel giovane compositore Leonard Aschenbach la chiave per sciogliere il mistero del suo passato: infatti costui riconosce in lei, seppur con qualche difficoltà iniziale, Alicia Brendell. Mentre Jeudi crede Lundi ormai morto, grazie a Leonard riesce a ritrovare suo padre, poco prima che questi muoia in ospedale, e persino a riunirsi alla madre che, quasi cieca, era rimasta vittima di Matilda, una ragazza che si era finta Alicia per ereditare il patrimonio dei Brendell. Superato infine l'ultimo ostacolo ordito da De Gulmont, Jeudi ritrova infine Lundi, e i due, ancora più uniti dopo le disavventure passate, anni dopo, celebrano la loro unione con un matrimonio.

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Mi domando come la vita possa avermi ridotta senza più anima e pelle, come l’amore m’abbia devastato cuore e ragione fino a convincermi che altro nella vita non avrei potuto sperare se non questo ritaglio di tempo riempito in gran parte d’ansia e d’attesa. E lui è sposato con la mia migliore amica, ha dei figli, una villa, un lavoro e tante partite a tennis ancora da sudare. Mi domando cosa altro potrei offrirgli, cosa potrebbe trovare dentro questa stupida donna che s’accontenta di minuzie e d’avanzi, di risvolti di tempo nei luoghi più anonimi e squallidi, adatti a confondere le acque e non farsi scoprire. E’ cominciato tutto al telefono, una sera che la mia amica non c’era ed ora mi ritrovo con l’ansia che s’ingrossa ed una patina di sudore nelle mani che s’infittisce ad ogni minuto che l’attesa s’allunga. Non so se questo sia amore, ma il pensiero di lui mi occupa la giornata e mi dà valore e contenuto quando faccio la spesa, quando mi guardo allo specchio o semplicemente respiro. Mi ripeto che comunque è follia, che forse sarebbe stato meglio aspettare invece di concedermi senza resistenza, sarebbe stato meglio puntare i piedi e stringere le cosce quando le sue voglie e i suoi problemi diventavano più grandi dei miei. Ma mi sono sempre andata a cercare situazioni che non avevano né capo e né coda e che lasciavano strascichi melmosi e temporali che allagavano il cuore ed arrugginivano la mente. Mi sono sempre innamorata di parole e mai di discorsi, di vagoni e mai di treni, di gente senza causa ed effetto che si materializzava dal nulla e proprio nulla di rimpianto lasciava quando sbatteva la porta. Ora, in questo stanzone di sala d’aspetto guardo la mia faccia nello specchio perché sia identica a quella che vedo. Oltre i lastroni di marmo che ricordano l’illusione del primo fascismo, i treni schizzano veloci e non hanno intenzione di fermarsi risparmiandomi fatica e buon senso di decidere per dove partire. Un uomo passa oltre e si siede di fronte, stringe nella mano sinistra una rosa gialla che odora e gradisce come sesso di donna appena lavato. Mi fissa dritto tra le gambe. Il suo vestito non ha tempo, non ha moda; le sue scarpe non hanno lacci da legare, né suole per camminare. Chissà quale fantasia l’ha portato sin qui, chissà quale illusione l’ha ridotto a pensare che tra poco di un niente accetterò senza esitazione la sua corte sfacciata ingannando l’attesa apparente del prossimo treno.

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Comunque lei aveva subito messo in chiaro le cose, così erano rimasti buoni amici. Dopo i primi giorni passati a visitare chiese e birrerie tipiche il posto non offriva molte altre attrattive: certo le case del centro sembravano tutte tipo quella di Hansel e Gretel e la pulizia delle strade era indiscutibile, però non passarono molto tempo che Fulvio si rese conto che quella cittadina nel cuore della Germania tutto sommato era abbastanza pallosa. Gli amici di Frida erano piuttosto insulsi, per quello che avesse potuto capire di loro, il fatto è che non lo tenevano in gran conto: all'inizio sempre interessamenti tipo where are you from o what's your favourite football team, poi in breve tornavano a quella loro lingua barbarica e attorno a Fulvio si creava una cortina di ferro da cui difficilmente riusciva ad uscire. Non era stata un'idea brillante andare a trovare Frida a Brownshweig d'inverno. Fulvio si era immaginato che in Germania facesse freddo, ma non così freddo. E non perdeva occasione per farglielo notare. Frida sapeva bene l'italiano. Riguardo al rapporto tra Fulvio e il tedesco, era praticamente inesistente. Si erano conosciuti l'anno prima al Politecnico. Per un po' ci aveva provato con Frida, gli sembrava un atto dovuto cercare di sedurre una studentessa erasmus: il fascino della straniera venuta dal nord era innegabile. E non è che Frida si interessasse più di tanto alla cosa. A quel punto Fulvio si attaccava al boccale di birra. Fu al terzo risveglio con mal di testa e bocca impastata che stabilì che era ora di darsi una regolata con la birra. Si rese conto che era solo nell'alloggio. Frida gli aveva lasciato un biglietto. Accanto al biglietto c'erano le chiavi di casa e una tessera. Sul biglietto c'era scritto: Si cambiò le scarpe e si tuffò tra i macchinari; era tutto un luccichio di metallo e tecnologia: c'erano certi vogatori con schermo a cristalli liquidi tipo sala giochi con cui dei ragazzi si sfidavano in gare di canottaggio virtuali, altra gente più o meno atletica era sparpagliata nell'ampio locale. Ho un impegno inaspettato all'università, tornerò verso le tre del pomeriggio. Intanto prova ad andare nella mia palestra, ti lascio la tessera. Così ti fai una bella sudata e fai uscire tutta la birra che hai bevuto! Frida o Fulvio si guardò intorno: ci fosse stato almeno un televisore! Da leggere si era portato qualcosa ma aveva troppo mal di testa. L'unica soluzione per ammazzare la mattinata era la palestra. Non metteva piede in una palestra dai tempi di educazione fisica al liceo. La palestra era nella stessa via del palazzo di Frida, se la ricordava; almeno se si rompeva poteva sempre prendere e tornarsene in casa. La tuta l'aveva già addosso, la usava come pigiama. Appena entrato, lo assalì un tizio superpompato in canottiera con una raffica di tedesco. Fulvio non si era preparato a discussioni con gli indigeni, avanzò un sorriso da deficiente e tirò fuori la tessera di Frida: Friend of Frida! Il tizio allora mostrò di aver capito e gli indicò col braccione una porta: Se l'era cavata ancora bene.

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Postetato da PePa il 11:55